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Il ritorno (a Padova)

Anima desta dall'oblio
d'esuli ore, di franti spazi
nel tremulo vagito d'aria
Risorta è la speranza,
virgineo canto, fatal promessa
dal giorno dell'addio.
Costì è il naufragio breve
di antichi patimenti,
chè rivederti è l'ora,
destino mio
tornare ancora a te

Gita al lago

Dischiusa la sera tace
entro la dolce coltre del vento,
ove il corso d'acqua
tra occluse valli
dimora e sfiata.
Qual mesti gorgoglii montani
d'algide acque maestose scendono !
Qual regal respiro le sostiene !
Entro tinnuli fiati d'aria
surge un lamento,
s'arresta il passo
presso stranieri sassi.
Scorrono i pensieri in cima a un tratto
Dov'è il fiato? - si chiedono- Il principio
della sorgiva fonte ?
Qual è la meta, il fine
dell'errabondo viaggio ?
Ov'è la foce ?
I larici distesi
senza rotte distendono le fronde
al vento, ribalde
al fondo le indomite radici
salde al piano
afferran la corrente,
[come vascelli senza vele affissi].
Torna il pensier,
ho forse ogg'io gli appigli qui,
l'ancora dolce, - e domani ?-
dei miei paterni lidi ?
Un refolo di vento cangia l'aria,
il volto ne scompiglia
ne fa indistinta voce,
suono che in ciel trapassa,
oscura, volge in seren
la terra, l'acqua,
l'aria che sè sfà in nebbia

TRAMONTO

T'ho visto col tuo raggio morente
scendere alla sera,
sdegnata fiera,
nella tua collera d'oro.
Te ne sei andato via
col pianto rosso
e il velo scuro
sul canto triste
d'una capinera

Non lasciare le mie tremule braccia
deluse al loro palpito caldo
Non destare nel cuore mio speranze vane
amata stella, mio canto
che il verso dai alla mia voce,
io che per te mai, tenace,
alle insidie, alle minacce cederò il passo
ma sarò sempre, umile soldato,
per te intrepido al fronte

Avrò lo sguardo mesto
della vita che si distacca
in un abbraccio breve

Hanno sapore d'ambrosia
queste sere, ebbre di te,
di vino puro mesciuto nei cantari
Fiore della terra, rubicondo seme
che hai negli occhi
il fiore della luce
nella tua rosea bocca
il sapor del miele

AUSPICI

Presto ritornerò da te
città mia amata,
ai tuoi incliti orti, ai tuoi barbagli
nel vento caro delle tua dolce sera
Sarà di nuovo a me quel tuo sorriso,
luce distesa prostrata all'orizzonte.
Sarò nel ventre tuo
nel manto argenteo
delle tue corolle,
Sofia e Giustina, fusi di luce,
accenti di maiolica.
L'ilare vespro è dischiuso in te
nel grembo tuo,
ora che intatto è il cuore
virato ogni tormento
io so, così, di quanto
per tanto t'amerò,

Ricamato ha questo raggio
alla sera il suo vestito d'oro;
nel cielo una Chimera leva
un miraggio, desta un'attesa…un inganno…
Poi svapora e scema.
Solo vita mia dispera d'un altra attesa
nel tardo inganno del solito miraggio

Nulla ci darà sconforto,
dolcezza mia, nulla ci turberà
in questo nostro viaggio
nè quella scura nube alta su in cielo,
nè quella bianca onda giù tra gli scogli
ci insidierà, ora che il porto è in noi
nelle acque certe del nostro eterno amore

Meriggio, passaggio di stagioni brevi
età d'assenze, limpide ed uguali,
di ore senza vento
Atteso ad altre ore, prono alla sera,
siedo vinto da te
nel vago sonno delle tue chimere

Guarda dove le colombacce abbiano il nido
come sorvolino la rupe in giri d'ala
come felici sovrastino nel cielo, sagaci rimontino dal basso
e con un colpo d'ala poi s'arrestino
scampo trovando, fuga dai crepacci.
Solo per me scampo non vedo, non cielo, non nido,
ma come sparuto uccello eternamente in fuga
mi serra la premura, l'affanno,
dell'oggi come l'ieri
coi suoi artigli stranieri

Schiusa ha la notte
le sue palpebre d'oro:
è tua la prima luce,
Aurora mia,
figlia del sonno,
che fai feconda l'aria
nello stupore
d'un'alba nuova.
L'aria disciolta al sole
è aperta in te
resa la vita
in pace, argentea e bianca
vergine ancora

E sempre ti vorrei per me
nel maggio senza tempo,
nel verde tuo perenne,
di questa nostra
eterna primavera.
Alta tu sei su me, diva regina,
novella sposa
d'ambrato sodalizio.
E quando il fiato mio sarà leggero
dall'alto ti vedrò lassù
esule nel verde tuo, nel biondo campo
del nostro amore eterno
Sei passata leggera, sulla vaga terra,
ebbra di luce, ilare e danzante,
come il vino mesciuto nei cantari
Ti sei posata in me,
dischiuso hai il cuore
petalo d'argento, sonante plettro
nei crini dell'amore.
Fragranza è nel tuo seno,
oro d'ambrosia, fiamma
di lume distesa sul tuo occhio.
Ma è nella bocca tua il segreto:
sapor di miele secreto a mille fiori

Adolescenza

Sorta è nel cielo
l'alba ove smagata
va la rondine
a cui hai rapito il canto
Schiuso è per te
il sereno, ridente il cuore
colmo di speranze.
Gioia ed amore saran le tue compagne
di questo tempo,
del caro vento della nuova età.
Godi per te le gioie, leva il tuo canto
prima che sia a te
il pensier, l'affanno,
la nuova rondine
della triste età

Aurora marina

Sei sorta sulla marina con la tua candida veste,
nel tuo vagito è la brezza che ha dischiuso il giorno,
un riflesso è il tuo volto, un calice il seno.
Eppure ancora tu non sai, nella tua salina veste,
che troppo non durerai; e te ne andrai al tramonto
col conforto lieve che presto risorgerai

Come a una rosa rossa
ho colto dalla tua bocca
infiniti petali d'amore
Come da una stella azzurra
ho rapito per te
i più bei filamenti d'oro
Come per un concerto
ho intessuto coi tuoi capelli di seta
il mio più bel canto.
Ma ora che te ne stai lontana
ogni musica tace e sotto il cielo è nero
nessuna rosa sboccia più per me

Passa una rondine in cielo
nella stupita sera,
tornato è il sereno.
Sulla nube che oscurava il cielo
la fronda palpita,
canta la fonte.
Sopra la terra nera
ori d'arancio e fiori di amarena

Gita se n'è, fragile,
come predestinata,
la calda sera estiva,
al primo soffio montano.
E l'albero percosso
si denuda, già la speranza
sfoglia che ancora ieri
a noi diceva "vita"
Al centro della piana
anche la fontana geme
Sgrana a piè del monte
il suo rosario la viola,
la genziana e sulla piazza
anima mia, speranza
mia lontana,
immemore tu vai,
straniera

Giammai ci turberà, mio amore,
l'umore degli inverni, l'arsura aspra
dell'estuoso tempo.
Nel giorno senza vento
sfavillerà il domani, risuonerà per noi
l'accento lieve, la voce cara
che tremula ci infiamma.
E il Lume eterno di cui risplenderà
la vita avrà il sorriso tuo
timido e sorpreso a una parola: "t'amo"

Stella gentile, azzurra sfera,
che in cielo vai
volgendo le tue rotte,
e scema d'ancoraggi mai disveli
le mira tue, a me i miei porti.
Ad altre rocche fisso,
in altri gorghi
spendo il mio viaggio
supplice a te, sgomento
nel sospeso tempo
di nebbia, d'attesa vana
di naufragio

Nulla più torna,
discende o sale
sulle rotte scale del tempo,
nulla si vede più nel franto specchio
dove un palpito solo rimane, un accento,
l'ieri forse, il domani,
suono triste, uguale,
vela senza vento
come un pensier,
consunto legno
che breve appare,
affonda a un balzo,
spare tra l'onde

T'ho veduta, sentendoti cantare,
negli arborei lumi
ove lieta hai il tuo nido
e t'accordi agli aromi
dei silvestri lidi.
Palmizi e acanti
hanno l'intatto tuo profilo,
dove flebile vai,
svagata, ala di sogno,
nel prato delle rose.
Dischiuso hai in me l'amore,
corto respiro,
fragile eco d'anelata soglia.
E se anche poi ti posi, distratta sei,
rapida l'ala tua
figlia del vento

Antonio Orru


Scheda Personale di Antonio Orru

Rime di Antonio Orru

Nato ad Oristano il 13 Giugno 1970, vive a Padova.
Ha all'attivo la frequentazione
di un corso di scrittura giornalistica
indetto dall'Istituto
di Scienze religiose di Oristano
e apprendimento delle tecniche giornalistiche fondamentali,
la collaborazione giornalistica
con la rivista online "Sardegna Media Time",
nonchè la frequentazione
a due corsi di cinema,
incentrati sul linguaggio cinematografico
e la messa in scena,
tenuti dal presidente nazionale
dei Cineforum Bruno Fornaia
della scuola Holden di Torino.