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SYLVIA PLATH
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Papaveri in luglio
Piccoli papaveri, piccole fiamme d'inferno,
Non fate male?
Guizzate qua e là. Non vi posso toccare.
Metto le mani tra le fiamme. Ma non bruciano.
E mi estenua il guardarvi così guizzanti,
Rosso grinzoso e vivo, come la pelle di una bocca.
Una bocca da poco insanguinata.
Piccole maledette gonne!
Ci sono fumi che non posso toccare.
Dove sono le vostre schifose capsule oppiate?
Ah se potessi insanguinare o dormire!-
Potesse la mia bocca sposarsi a una ferita così!
O a me in questa capsula di vetro filtrasse il vostro liquore,
Stordente e riposante. Ma senza,
Senza colore.
*****
Io sono verticale
Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
Succhiante minerali e amore materno
Così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
Nè sono la beltà di un'aiuola
Ultradipinta che susciti gridi di meraviglia,
Senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
E la cima d'un fiore, non alta, ma più clamorosa:
Dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.
Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
Forse assomiglio a loro nel modo più perfetto-
Con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio,
E sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:
Finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo
[per me.
Zitella
E così questa particolare ragazza
In una cerimoniosa passeggiata d'aprile
Col suo più recente pretendente
Si trovò all'improvviso oltremodo sconvolta
Dalla sfrenata babele degli uccelli,
Da quel mare di foglie.
In preda a questo tumulto, osservava
I gesti del suo innamorato che sbilanciavano l'aria,
E il proprio passo vagante ineguale
In quel solitario rigoglio di felci e fiori.
Giudicava i petali in scompiglio,
E la stagione in generale, sciatta.
Come desiderò allora l'inverno!-
Scrupolosamente austero nel suo ordine
Di bianco e nero
Ghiaccio e roccia, ogni senso nei suoi limiti,
E la gelida disciplina del cuore
Esatta come fiocco di neve.
Ma ecco- un germogliare
Anormale abbastanza da mettere in scompiglio
LE sue cinque regali facoltà -
Un tradimento da non tollerare. Sì, impazziscano pure
Gli idioti nel manicomio primavera:
Lei se ne tirò subito fuori.
E mise tutt'intorno alla sua casa
Tale una barricata di spine e impedimenti
Contro quella stagione sediziosa
Che nessun uomo all'assalto potè sperare d'infrangerla
Per anatemi, pugni o terrore;
E nemmeno per amore.
Specchio
Sono esatto e d'argento, privo di preconcetti.
Qualunque cosa io veda subito l'inghiottisco
Tale e quale senza ombra di amore o disgusto.
Io non sono crudele, ma soltanto veritiero-
Quadrangolare occhio di un piccolo iddio;
Il più del tempo rifletto sulla parete di fronte.
E' rosa, macchiettata.
Ormai da tanto la guardo che la sento
Un pezzo del mio cuore. Ma lei c'è o non c'è.
Visi e oscurità continuamente ci separano.
Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
Cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
Ogni mattina il suo viso si alterna all'oscurità.
In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
Giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.
L'aspirante
Prima di tutto ce li hai i requisiti?
ce l'hai
Un occhio di vetro, denti finti o una gruccia,
Un tirante o un uncino,
Seni di gomma, inguine di gomma,
Rattoppi a qualcosa che manca? Ah
No? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere.
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una mano
Che la riempie, disposta
A porgere tazze di tè e sgominare emicranie,
E a fare ogni cosa che gli dirai.
La vorresti sposare?
E' garantita,
Ti tapperà gli occhi alla fine della vita
E del dolore.
Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme
Che te ne pare di questo vestito-
E' un po' rigido e nero ma niente male.
Lo vorresti sposare?
E' impermeabile, infrantumabile, abile
Contro il fuoco e imbombardabile.
Credi a me, ti ci farai sotterrare.
E adesso, scusa, hai vuota la testa.
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci dal tuo guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca
Ma in venticinqu'anni d'argento,
D'oro in cinquanta, potrà diventare.
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
Sa parlare, parlare, parlare.
E funziona, non ha una magagna.
Qua c'è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l'ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?
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Sezione dedicata
alla Letteratura Femminile.
Biografia:
(1932/1963) Stati Uniti
Nasce a Boston nel 1932, da madre austriaca e padre emigrato tedesco, professore di entomologia a Harvard.
A otto anni perde il padre e ne riporta un trauma profondo. Si laurea a 23 anni allo Smith College del Massachusets
con una tesi su Dostoevskji. Vince una borsa di studio a Cambridge, dove prende il Master e dove cnosce e poi sposa il poeta inglese
Ted Hughes, da cui avrà due figli. Insegna due anni in America (1957/59) e tre a Londra e nel Devon: ma poi rinuncia
alla carriera universitaria per dedicarsi interamente alla poesia. Il suo matrimonio fallisce; poco dopo la separazione,
nel 1963, a Londra, Sylvia Plath si uccide.
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Bibliografia:
Il suo primo libro di poesie è The Colossus (1960- Il Colosso) a cui fanno seguito, postumi, Ariel (1966), Crossing the water
(1971-Alberi invernali). Ted Hughes ha curato nel 1981 l'edizione dei suoi Collected Poems.
Il suo primo e unico romanzo, The bell Jar del 1963 (La campana di vetro) racconta di un suo tentato suicidio, da giovane,
a New York.